AMBRA Il portale di fuoco

Qui sotto un capitolo preso dal secondo libro: Ambra. Il portale di fuoco. La protagonista, catturata e portata nel castello di re Ernest, viene liberata e fatta scappare da un ragazzo. I due, per uscire dalla città di Erunemereno, dovranno passare attraverso un vero e proprio inferno sotterraneo. Riusciranno a sopravvivere alla mostruosa impresa?

Potete scaricare la versione Pdf a questo link: vero-inferno

VERO INFERNO

 

La prima cosa che percepii immediatamente fu il caldo, pazzesco. La secon­da furono milioni di sensazioni che si presentavano alla mia mente pronte per essere lette e la terza era vedere il corpo a cui appartenevano tutte quel­le emozioni. La membrana, la porta di quell’inferno, era alle nostre spalle e avrei voluto attraversarla di nuovo per tornarmene indietro. Davanti a noi prendeva forma un paesaggio tenebroso e terribile. A diminuire il vuoto cir­costante vi era solamente una striscia di terreno larga un metro che sovrastava delle rupi nere da cui colava qualcosa di simile al sangue. Sotto quel sen­tierino provenivano urla incredibili e fiammate continue che illuminavano le rupi nere mentre sull’unica striscia di terra camminavano, strisciavano o zoppicavano in vari modi migliaia di demoni di varia categoria. Sentivo la mano di Antony che stringeva la mia con una morsa di ferro. Sopra di noi e sotto volavano altri demoni sibilando, grugnendo e sfregando i denti, le code schioccanti nell’aria, le ali ardenti. Gli unici esseri oltre a loro erano alcuni scarafaggi neri che camminavano nel sentiero zigzagando fra zampe e artigli scivolando veloci, come se fossero stati fatti d’ombra. La cosa peggiore, però, era che appena avevamo superato la membrana tutti i demoni sopra, davanti e sotto di noi si erano voltati e avvicinati, fissandoci. O meglio, guardavano come incantati la gemma sul collo di Antony che pulsava come animata di vita propria e instaurandomi un presentimento oscuro. Fissai per un attimo tutti quegli occhi spaventevoli, bocche e denti vari, schifose cartilagini del corpo, zampe simili a mozziconi e artigli neri. Sperai di non vedere il demone del dodicesimo livello, saremmo stati spacciati altrimenti. Poi, tra loro, vidi anche bellissimi ragazzi e ragazze che si avvicinavano volteggiando leggeri come fate. Angeli! Pensai poco prima di ricordarmi di ciò che avevo studia­to. Demoni, prendevano sembianze di umani fantastici e bellissimi prima di ipnotizzarti e mangiarti. «Non li guardare!» intimai ad Antony che mi fissò per un attimo. Aveva già sguainato la sua spada pesante a due mani anche se la teneva con una sola. Io, purtroppo, non avevo niente, nemmeno le scarpe ed il terreno era caldo, molto caldo. I miei occhi non riuscivano a distogliersi da tutti quei demoni che avevano iniziato a planare dal cielo atterrando ad un metro di distanza da noi, leccandosi le mascelle e le zanne come se fossi­mo polli arrivati per pranzo. «Sei sicuro che quella pietra ci proteggerà?» domandai senza fissarlo. «Spero» mi rispose in un sussurro.

«Come “speri”?! Non ne sei sicuro?»

«Sta funzionando, non ci attaccano vedi?»

Non gli risposi. «Hai qualche arma per me? Sono scalza e disarmata!» esclamai.

Lui distolse un attimo lo sguardo dallo spettacolo orribile che avevamo da­vanti esclamando: «Oh, me ne ero dimenticato! Ho recuperato le tue armi e anche quella graziosa collana che ti aveva ritirato il re. È stato difficile ma, sai, la guardia principale era una donna…»

«Ehi! E questo che vuol dire?!» protestai.

«Credevo ti saresti complimentata per il mio ottimo piano riuscito» prote­stò lui divertito.

Sbuffai prendendo le armi che mi porgeva. Aveva recuperato anche la pistola che mi aveva regalato Amuran in un tempo che mi sembrava, ormai, anni fa. E aveva anche il fodero che sistemai in vita e, quel peso in più, mi rassicurò. Mi porse anche una spada. «L’ho presa dall’armeria» spiegò senza perdere di vista i demoni davanti a noi. Appesi al collo la collana con quel ciondolo fantastico e mi sistemai contro la schiena di Antony.

«Schiena contro schiena. Tu badi al davanti e al basso io al dietro e all’alto!» esclamai. I demoni si stavano avvici­nando sempre di più. «Indietro!» intimò Antony un paio di volte ma nessuno arretrò. Strisciarono in avanti tre demoni del terzo e quarto livello e uno del nono. «Rivia!» esclamai e i demoni, fissandomi, arretrarono.

«Non ci avevo pensato!» esclamò lui senza girarsi.

«Ora iniziamo a correre. Vai piano perché per me è difficile andare all’in­dietro» esclamai. Lui iniziò a muoversi, io con una mano gli tenevo la maglia e con l’altra la pistola carica. Mentre correvamo, il terreno era bollente e cercai di toccarlo il meno possibile e oltretutto era pieno di quei grossi e grassi scarafaggi disgustosi. I demoni sopra di noi iniziarono a seguirci in volo e a loro si uniro­no anche quelli sotto il minuscolo sentiero carico di rocce e protuberanze so­spette. Quelli di fronte facevano la stessa cosa avvicinandosi veloci e silenziosi come serpenti. Quel silenzio improvviso che era nato appena avevamo iniziato a muoverci era sospetto, molto sospetto. Non volevo sparare a nessuno dato che li avrei fatti arrabbiare ma io non avevo la gemma di Antony e mi vedevano solamente come carne succulenta. «Quanto dovremmo camminare?» chiesi rischiando di inciampare su di una pietra che mi graffiò la caviglia.

«Non lo so» mi rispose. «ma la strada dev’essere sempre dritta… forse».

«Forse» borbottai attaccandomi di più alla sua maglia per seguire la sua cor­sa. I demoni ci seguivano, strisciando e saltando, sopra di noi calò una cosa acuminata pronta a recidere le nostre teste se fossimo andati più piano. «Senti, facciamo cambio!» esclamai dopo un tempo che ci parve indefinito. Tutti gli occhi dei demoni erano su di noi e iniziarono ad avvicinarsi. «Rivia!» esclamò Antony un’altra volta quando ci fermammo e, velocemente, facemmo cambio di postazioni mentre mi sistemavo davanti a lui. Soffocai un urlo quando dal basso esplose, insieme ad una fiammata, un demone che atterrò davanti a me sul sentiero. «Rivia!» urlai. Ma non si spostò ed un altro gli si affiancò, simile

ad una lucertola gigante. Allora li colpii, un silenzioso incantesimo diretto che fece partire dai miei palmi un getto incandescente e, proprio mentre centrava­no i bersagli che urlarono come posseduti, iniziai a correre passando fra i due, Antony attaccato alla mia veste. «Che schifo!» esclamò. «Gli altri si stanno mangiando i caduti!»

Fortunatamente non ero più nella mia vecchia postazione e, ora, dovevo guardare solo al pericolo proveniente di fronte e dal basso. «Si salta!» esclamai poco prima di cadere nel vuoto dove il sentiero si interrompeva per riprendere poco dopo. Sentii la mano di Antony staccarsi dalla mia veste mentre, probabil­mente, si voltava. Quando saltai anch’io, sentii una fiammata calda sfiorarmi le caviglie e, quando atterrai, trovai un terreno friabile che sprofondò sotto di me. Caddi verso le fiamme sottostanti e nugoli di demoni volanti che, appena mi vi­dero, mi si scagliarono contro. Ne scorsi altri schifosamente attaccati alla parte inferiore del sentiero, come fossero pipistrelli o peggio… ragni. Afferrai appena in tempo il bordo del sentiero rimasto, galleggiante nel vuoto e feci perno per tirarmi su. Avevo tutto il corpo affacciato sul vuoto e, quando guardai sotto di me, scorsi un paesaggio orribile. Demoni grandi quanto giganti si uccidevano tra loro, camminavano o mangiavano qualcosa di molto sanguinolento spor­candosi le zanne. Ognuno stava in una conca precisa del burrone di roccia nera e viscida ai miei lati perché, sotto di essa, si apriva un altro buco nero immenso da cui provenivano le fiamme, scorsi anche il luccichio della lava. La cosa più terribile, però, fu vedere che appena mi scorsero tutti gli occhi furono rivolti a me. Riportai lo sguardo al sentiero a cui ero aggrappata solo con le mani, le nocche rosse e le mani sbiancate. Sentii qualcosa mordermi la gamba e urlai di dolore mentre qualcos’altro mi graffiava.

«Alhar Der Mortis!» esclamai fissando il nugolo di demoni che mi stava attaccando dal basso e dall’alto. Un’esplosione immensa che fece illuminare per un attimo le pareti nere del burrone di una luce bianca potentissima e fece sgretolare ancora di più il sentiero a cui ero attaccata facendomi riprendere la caduta. Attivai un altro incantesimo che, proprio mentre sentivo il mio volto schiaffeggiato da un vento potente e caldo, mi fece stabilizzare in aria e vo­lai verso il terreno rimasto. Quando la luce svanì vidi l’effetto di quel potente incantesimo. Molti demoni caddero dal cielo uccisi come mosche e altrettan­ti sotto e a fianco a me. Numerose urla e strilli animaleschi mi perforano le orecchie mentre atterravo sulla striscia di terra dove Antony mi aspettava, ab­bracciandomi. Per un secondo la strada davanti a noi fu libera da ogni creatura a parte gli scarafaggi e, questa volta, dopo uno sguardo d’intesa, prendemmo a correre veloci come due saette. I miei piedi erano sempre più martoriati e scottati dalla temperatura del terreno. Il morso alla gamba era molto doloroso ma non avevo tempo per guarirlo e, se mi fossi fermata, sarei morta. Molti de­moni ci sfiorarono nella nostra corsa folle ma, la gemma di Antony, li teneva lontani.

Arrivammo davanti ad un ingrossamento del terreno che formava una collinetta alta un metro. Ci saltammo sopra quasi contemporaneamente sfio­rando zampe, artigli, code, ali e cose viscide (meglio non sapere la provenienza di quest’ultime) e riprendemmo la corsa, una fitta di dolore si espandeva dal­la gamba a tutto il corpo. Se il morso fosse stato avvelenato sarei morta di lì a quindici minuti «Rivia!» urlò Antony ai demoni davanti al suo cammino che fissavano la gemma. Poi, caddi addosso al ragazzo perché si era fermato improvvisamente. Lo vidi cadere a terra e lo fermai appena in tempo prima che potesse cadere nel vuoto. «Ehy, Antony!» urlai. Aveva iniziato a stringersi la gola mentre il suo viso prendeva le sfumature del blu e del verde, la gemma pulsava. Degli artigli mi afferrarono i capelli facendomi urlare e, girandomi, scagliai l’incantesimo di morte più potente e a lungo raggio che avessi mai pro­vato, più di quello che avevo fatto quando ero precipitata in mezzo ai demoni poco prima. Urla seguirono la magia e io ripresi sempre più frettolosamente a preoccuparmi di Antony. La gemma lo stava strozzando! L’afferrai e iniziai a tirare ma non si staccava, peggiorava solo la situazione.

«Non mi lasciare!» gridai lottando contro quella gemma. Un demone comparve davanti al corpo di Antony, sibilando, la coda scattante. «Muria!» urlai ma il demone schivò il colpo e si avventò contro di me, saltando. Vidi la sua bocca spalancarsi e le zanne nere pronte per tagliarmi la gola. Non esitai. Presi la pistola e gli sparai in bocca. Il demone cadde sul corpo del ragazzo e dovetti dargli un calcio per farlo cadere dal sentiero senza portarsi dietro Antony. Nel frattempo, quest’ultimo era sempre più livido in viso. Non sapevo cosa fare, il panico mi stava morden­do la testa insieme al dolore per le ferite, non riuscivo a pensare. Decisi di ten­tare la cosa più rischiosa ed efficace che mi venisse in mente in quel momento. La gemma era viva, l’avevo capito. Si stava nutrendo dell’energia e del respiro di Antony. Dovevo ucciderla, potevo ucciderla. Non poteva proteggersi da me in quel momento, era vulnerabile perché stava prendendo un’altra vita. Mi chinai sul volto di Antony, gli occhi aperti e terrorizzati che mi fissavano, la spada al suo fianco, stava svenendo. Gli staccai a forza le mani dalla gola e le bloccai sotto le mie ginocchia. Poi, toccai con un dito il centro esatto della gemma che pulsò sotto di esso mentre iniziava a provare timore. Viveva come me, vibrava sotto il mio dito mentre stava velocemente soffocando Antony. Iniziai a bisbi­gliare, non potevo sapere se quell’incantesimo avrebbe funzionato o avrebbe ucciso il ragazzo stesso. Poi, la scarica d’elettricità fuoriuscì dal mio dito e colpì il cuore della pietra. Continuai ad aumentare la potenza mordendomi le labbra e fissando il viso di Antony, le sue mani cercavano di sgusciare fuori dalla mia presa feroce. Era maledettamente forte anche quando stava morendo. Poi, sen­tii uno scatto e la luce pulsante della gemma svanì. Ora sembrava solo una pie­tra cremisi, simile ad un rubino ovale. La cosa più importante, però, era che si era staccata dal collo del ragazzo lasciando impressa sulla sua gola un’impronta rossa e bluastra data da un grande livido. Vidi con disgusto ritirarsi nella gem­ma due tenaglie scure e, poi, quella che prima era qualcosa di vivo ora era morto e sembrava proprio una semplice pietra. Poi, i demoni mi attaccarono e coprii con la mia schiena il corpo di Antony mentre sentivo gli artigli ghermirmi la schiena e le spalle. Qualcuno mi morse, non capivo dove mentre qualcos’altro mi attaccò la schiena. Mi chinai sul petto di Antony, non sentivo il dolore per tutte quelle ferite, nemmeno quando qualcosa mi morse nuovamente il polpac­cio affondandovi le zanne. Fu quando sentii il battito del suo cuore, fievole ma ancora attivo, che urlai di gioia. L’energia si azionò sul mio corpo ed esplose in un’altra bomba. Come avevo fatto?! Non ero in pericolo. Beh, lo ero ma non stavo pensando a quello. Coprii il mio corpo dagli schizzi disgustosi che pro­vennero dai corpi esplosi dei demoni. Con sollievo sentii le zanne staccarsi dal mio polpaccio e, così, tutti gli artigli mentre quell’esplosione spazzava via tutte quelle creature disgustose creando una bolla di protezione attorno a me che veniva colpita dai cadaveri prima di cadere nel vuoto. Non sentivo più niente. Le grida, il dolore, il calore infernale non mi toccava più. L’unica cosa impor­tante in quel momento era far riprendere Antony.

«Svegliati, forza!» esclamai accarezzandogli la fronte ed i capelli sudati. Quando lo toccavo gli lasciavo ad­dosso impronte sanguinolente che mi fecero venire il voltastomaco. Se avessi mangiato qualcosa probabilmente l’avrei vomitato ma il mio stomaco era vuo­to. Non ero pratica di respirazione bocca-a-bocca ma dovevo provarci, quanti film avevo visto a proposito? Tanti, avrò pure imparato qualcosa! Lasciai prima libere le sue braccia dal peso delle mie ginocchia e gli aprii la bocca soffian­dogli l’aria dentro. Premetti sul suo petto. Uno, due, tre. Aria. Uno, due, tre. «Svegliati!» urlai per un attimo. Una goccia del mio sangue cadde sul suo viso gocciolandogli giù dal mento e atterrando sul livido grosso quanto un uovo che aveva al collo, memore dell’attacco appena subito. Continuai imperterrita e, ad un certo punto, Antony tossì e aprì gli occhi. «Riprenditi, riprenditi!» esclamai mentre iniziavo a ridere. Mi accorsi delle lacrime che scendevano sulle mie guance quando ne sentii il sapore in bocca. Continuai a ridere e sentii le sue braccia circondarmi la vita e stringermi contro il suo petto facendomi sdraiare su di lui. Era pallido ma vivo ed io non riuscivo a smettere di ridere e piangere nello stesso tempo. Anche lui sorrise e mi baciò. Il sapore del sangue si mischiò a quello delle lacrime mentre sporcavo anche le sue labbra di un liquido cremi­si. Poi, quando mi ritirai alzandomi e sistemandomi come prima, le ginocchia appoggiate al terreno e il suo corpo in mezzo, mi toccò la guancia. Quando ritirò la mano vidi che era anch’essa sporca di sangue. Immediatamente si alzò tenendomi stretta e riprese la spada in posizione d’attacco. Tutto era accaduto in pochi secondi e la bolla d’energia che ci circondava era ancora lì, intoccabi­le. Stavo crollando. «Diavolo, non abbiamo più la gemma!» esclamò Antony fissandomi poi mi guardò: «Scusami Ambra, siamo spacciati. Ti amo. Ti amo dal primo giorno in cui ti ho vista. Cercherò di proteggerti fino a quando sarò in vita. Come morte sarà sempre meglio questa che quella per mano del re e…»

«Cosa stai dicendo? Non siamo spacciati!» esclamai fissandolo.

«Certo che lo siamo. La mia gemma dell’aria non li allontanerà per molto».

«Piantala di essere così pessimista. Dovrai solamente occuparmeli per un po’ di tempo, nient’altro».

Lui mi guardò stranito e curioso al tempo stesso.

«Non ho intenzione di morire, fidati» dissi e, poi, mi staccai da lui e mi sedetti sul pavimento bollente a gambe incrociate cercando di allontanare gli scarafaggi. Il dolore dei morsi mi accecava la mente, vedevo il mondo comple­tamente rosso in quel momento. Lui mi fissò e io gli feci un gesto che signifi­cava di fare il suo lavoro senza controllarmi. Appena iniziai a fissare il primo demone, un esemplare gigantesco di decimo livello, la bolla d’energia che avevo azionato per proteggerci, sparì. Sentii il vento che ci proteggeva, azionato da Antony, sfiorarmi la pelle. Toccai la mente del demone con leggerezza, per non far percepire la mia presenza che l’avrebbe subito messo in allerta. Le menti dei demoni erano strane. Quelle di ogni animale che conoscevo erano, come dire, compatte e protette da un solo muro che poteva essere violato mentre, quelle dei demoni, erano composte da un alone nebuloso e scuro simile ad una nebbia nera dotato di mille “guardie” chimiche, che allertavano subito il cer­vello principale che qualcuno stava provando ad attaccare. Quest’ultimo è un piccolo cervello, usato il cento per cento, nascosto dalla cosiddetta nebbia nera e protetto da queste guardie chimiche che hanno la forma di puntini neri. Non si scorgono facilmente perché dello stesso colore della nebbiolina impenetrabi­le, l’unico modo per evitarle è scorgerne il luccichio. Meglio non far percepire l’attacco a quelle guardie perché la potenza di quel cervello sarebbe stata trop­pa. Questo era tutto quello che vedevo una volta che mi collegavo alla mente interna di ogni persona come se stessi guardando un computer gigantesco che mi mostrava tutto ciò che volevo ed io ero dentro a quel computer. Vi erano tre cose che contavano veramente quando si trattava di conquistare la mente di un demone: velocità, sicurezza e forza mentale. Se ne mancava una, anche con tutto uno studio alle spalle, non potevi riuscirci. Probabilmente era la mente più forte e difficile mai esistita su Barlén e sul mio pianeta. È qualcosa di trop­po complesso spiegare come un filo della mia mente corse in quella nebulosa nera evitando ogni guardia mentre cercava il vero cervello. Il potere che avevo, quello delle emozioni, in un certo senso mi aiutava indirizzandomi al cervello che spediva quelle ondate emotive. Condotta così in mezzo a quella nebulosa pazzesca che mi si appiccicava addosso, evitando di volta in volta le sentinel­le, trovai il cervello e lo attaccai senza esitare. Tentò una resistenza e sentii il demone grugnire e ringhiare ma richiamai davanti al suo cervello tutta la mia presenza mentale e la sua forza e lo attaccai vincendo la sua resistenza messa in piedi in troppo poco tempo. Poi, sorpassai la barriera e fu mio mentre venivo circondata da una mente fredda e strana, sembrava fossi entrata in una stanza resa gelida da una pioggerellina umida che mi si attaccava addosso. Ora era mio, però, la presenza del demone era schiacciata dalla mia e, in un certo senso, la feci addormentare mentre m’impossessavo del corpo, unico involucro che mi servisse. I demoni avevano una mente strana, spigolosa ma nitida. Neyra mi aveva avvertito che stare troppo a contatto con la mente di uno di loro era pericoloso, portava alla pazzia. Era la fine che probabilmente aveva fatto il re e questa cosiddetta Cleopatra. La cosa che più mi stupiva, però, era sempre la stessa: la mente di ogni creatura era diversa, solo il modo di conquistarla non cambiava. Comunque, il primo era mio. Aprii gli occhi percependo i fili della mente del demone collegati a me. La creatura aveva volto la testa e ora mi fissava, i tentacoli dotati di artigli, immobili. Passai al secondo che, questa volta, scelsi piccolo; un demone del secondo livello e poi ad un terzo, un fin­to incantatore dell’undicesimo livello. Ora ne avevo tre, ognuno sotto il mio dominio e più di quanti ne avessi mai avuti prima d’ora. Il quarto che puntai era un esemplare pazzesco che stava su di una conca nascosta nella parete della rupe nera. La sua presenza lottò contro di me quando attaccai il suo cervello principale dopo aver evitato le “sentinelle” chimiche. Lo scontro avvenne in si­lenzio, mentre ci fissavamo, i suoi occhi simili ad abissi oscuri in cui ci si poteva annegare e i miei, tenaci e sicuri. Quando fu mio gli ordinai mentalmente di volare avvicinandosi e senza farsi scorgere da Antony. Poi dissi a quest’ultimo: «Dovrai lasciar avvicinare quelli che ti indicherò!»

Non lo fissai oltre ma ubbidì mentre facevo segno alle creature in mio posses­so di avvicinarsi. Le feci sistemare dietro di me mentre ne puntavo altre, veloce­mente. Ci avevo preso, in un certo senso, la mano e provai perfino a prenderne due nello stesso tempo. Fu quando ci riuscii che la mia sicurezza si fece di fer­ro e ben presto venticinque demoni furono ai miei ordini. «Antony, aiutami ad alzarmi» chiesi senza fissarlo. Sentii subito un braccio muscoloso che mi rimetteva in piedi e mi stringeva a sé mentre allontanava da noi i demoni ne­mici facendoli volare via con la forza del vento. Il mio squadrone era sparso a formare un cerchio attorno a noi due. «Attaccate e uccidete ogni demone che ci si avvicini, non morite!» ordinai loro mentre facevo capire ad Antony che dovevamo iniziare ad andarcene. La testa mi vorticava paurosamente e ave­vo anche una forte nausea ma dovevo camminare. Antony con un braccio mi sorresse per la vita mentre con l’altro tenne la spada insanguinata lontana da me. Iniziò a correre lentamente ed io fui costretta a seguirlo, la mia espressione doveva essere carica di dolore. Sentivo dietro di me le urla, i sibili e le grida dei demoni che si stavano uccidendo tra loro. Ben presto, troppo presto, il filo di uno dei demoni del quarto livello che avevo preso sparì facendomi capire che era morto. Inciampai su di una roccia, o uno scarafaggio troppo cresciuto non so bene, e caddi a terra. «Ehi, Ambra!» esclamò lui e mi sollevò caricandomi in spalla. Fu mentre iniziava a correre che m’impossessai di un altro demone. Fu più difficile perché non ero su una postazione ferma ma in movimento, ma anche lui fu mio e si girò immediatamente squarciando la gola ad un suo simile dotato di ali che ci stava raggiungendo dall’alto. Sentivo il respiro di Antony che faceva alzare ritmicamente le sue spalle mentre, oltre a correre tenendomi, usufruiva della forza della sua gemma. In quell’Inferno si stava scatenando un vero e proprio inferno con ciò che stavo facendo, far rivoltare i demoni l’uno contro l’altro. Le mie energie stavano per cedere ma dovevo tenerle attive per mantenere tutti quei demoni sotto il mio controllo e, nel frattempo, evitare di vomitare addosso al ragazzo che mi stava portando. Lo sentii saltare per evitare un cratere e il mio stomaco fece un balzo a dir poco spiacevole. «Scusami!» disse lui riprendendo a correre. «Ma che cos’hai fatto di preciso a quei demo­ni?!» chiese.

«Ne servono altri per proteggerci?» domandai senza rispondere. Lui scosse il capo: «Penso che sverresti se facessi questo qualcosa per prendere un altro demone. Comunque siamo vicini alla fine».

Un altro filo proveniente da una creaturina del terzo livello si allentò, grave­mente ferito. «Attaccate!» ordinai loro mentalmente. Passò un tempo che mi torturò anche se doveva essere solo uno spazio molto corto, un quarto d’ora al massimo e, poi, Antony urlò di gioia: «Ce l’abbiamo fatta!»

Poi mi posò a terra davanti ad una membrana molto simile a quella per cui eravamo passati. I demoni che tenevo sotto il mio controllo, quelli rimasti, si affrettarono a formare un muro davanti a noi che ci proteggesse dagli attac­chi, ora solo sul davanti e non dal basso o dall’alto, dei loro simili. Il ragazzo mi abbracciò e grugnii dal dolore. Quando mi staccò, spaventato, la mia veste aveva una macchia spaventosa di colore rosso proveniente dal mio sangue e dal suo dato che eravamo entrambi carichi di tagli e ferite varie, oltre ai miei morsi. «Vai prima tu» mi sussurrò lasciandomi la mano e dandomi un col­petto per dirigermi verso la membrana che portava all’esterno di quell’Inferno orripilante. Mi diressi velocemente verso quest’ultima proprio mentre vedevo numerosi scarafaggi neri superare le linee dei demoni sotto il mio controllo ed unirsi formando una montagna che prese la forma di una creatura gigantesca. Poi Antony mi spinse oltre la membrana e l’ultima cosa che vidi fu il suo cor­po trasformarsi in un leone prima di cadere pesantemente sulle ginocchia su un pavimento di roccia nera. Non riuscivo ad alzarmi da quella posizione in ginocchio e alzai il capo solo quando due braccia cariche di tagli e sangue mi circondarono e mi alzarono. Quando incontrai gli occhi violetti di Antony fu come vedere il paradiso dopo un viaggio nel centro dell’inferno e forse era pro­prio così. Controllavo ancora ventiquattro demoni e ordinai loro di impedire a chiunque di passare quella membrana. Fu quell’ordine che ci diede il tempo di capire dove ci trovavamo: in una grotta. Ancora una volta il mio potere di percepire le emozioni si unì a quelle degli animali che stavano sopra la mia testa e, seguendo i loro fili uniti alla mia mente, diressi Antony fuori da quel luogo orribile e oscuro. Fu quando abbracciammo l’aria, mezzi morti e pieni di san­gue, che liberai i demoni dal mio controllo sperando che non potessero uscire da quella grotta.

One thought on “AMBRA Il portale di fuoco

  1. Avevo già letto il primo volume della saga, “La Guerriera”, e mi era piaciuto moltissimo. Se è possibile, “Ambra” mi è piaciuto ancora di più. E’ incredibile come questa scrittrice riesca a coivolgerti! “La chiave dei due mondi” è veramente una bellissima saga la cui lettura consiglio a tutti, anche ai lettori che, come me, sono “diversamente” giovani. Ma la quattordicenne Ludovica Viganò è una “diversamente” anziana!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *